Monday, May 29, 2017
Osservatorio sull'Italia Politica La democrazia dei Ponzio Pilato
Saturday, 05 May 2012 18:55

La democrazia dei Ponzio Pilato

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Il processo di banalizzazione che attraversa i nostri tempi incide inevitabilmente sul significato assegnato al concetto di democrazia. L’interpretazione comune è in linea con il degrado culturale del cosiddetto mondo politico, in particolare quello locale.


Per gli appartenenti a questo mondo, la democrazia è un fatto semplicemente aritmetico; l’obiettivo finale è il raggiungimento di almeno il 50% più uno dei consensi elettorali: lì si ferma la partecipazione dei cittadini alla politica.

È una logica che tecnicamente può apparire corretta, ma che nella sostanza è fuorviante; può essere considerata la condizione necessaria, ma non sufficiente per poter parlare di democrazia.

Se non si attivano meccanismi di partecipazione dei cittadini nei processi decisionali il risultato è un sistema bloccato.


Non dimentichiamo - anche la storia recente lo dimostra - che spesso le dittature sono espressione di ampio consenso popolare e, quindi, secondo l’interpretazione riduttiva citata, possono essere considerate sistemi di democrazia rappresentativa.

Un’eloquente dimostrazione dei danni che può provocare un’interpretazione mutila del significato di democrazia la fornisce Gustavo Zagrebelsky, un giurista già Presidente della Corte Costituzionale, il quale ha sentito il bisogno di esprimere le sue preoccupate riflessioni sul futuro della democrazia non con un saggio dottrinale, ma attraverso un libretto (Il «Crucifige!» e la democrazia, Einaudi, 1995), nel quale indirizza l’attenzione del lettore su di un episodio emblematico del Vangelo: la condanna a morte di Gesù, argomento d’importanza cruciale per il messaggio cristiano.


Una scena che vede schierati di fronte a Ponzio Pilato, procuratore romano della Giudea, una rappresentanza del popolo, Gesù e il Sinedrio di Gerusalemme, la massima autorità ebraica.

Il Sinedrio era un collegio di 71 membri, costituito da tre gruppi: l’aristocrazia sacerdotale, cioè, al tempo di Gesù, i più potenti rappresentanti del potere politico-religioso in Israele, gli Anziani, rappresentanti l’aristocrazia laica, e gli Scribi o Dottori della Legge, i custodi dell’ortodossia religiosa.

Esso era espressione dei tre poteri fondamentali: quello politico, quello economico e quello culturale e ideologico della Giudea; era l’espressione del dogma oligarchico che pretendeva di possedere la verità, unica e insindacabile.

Ponzio Pilato personifica il realismo scettico di chi detiene il potere da cui ricava cospicui benefici ed ha a cuore solo il potere e la sua conservazione.


Il fatto è noto. Davanti a Pilato si svolge la seconda parte del processo a Gesù. La prima, di fronte al Sinedrio, aveva avuto uno svolgimento legato al significato teologico della sua figura. Questa seconda parte riguarda l’aspetto politico della vicenda: mentre presso il Sinedrio l’accusa era di aver sedotto il popolo, di fronte al procuratore romano l’accusa è di sedizione.

Pilato ritiene l’imputato innocente e innocuo per gli interessi di Roma. Questa sua convinzione determina uno scontro tra lui e il Sinedrio, che invece invoca la condanna a morte dell’imputato. La posta in gioco è la vita di Gesù.

Il procuratore, per uscire dall’angolo in cui tenta di spingerlo il Sinedrio, attiva una procedura “democratica” appellandosi al popolo, che, presente in massa in Gerusalemme per le celebrazioni pasquali, costituisce in quel momento la sua maggiore preoccupazione, per i disordini che una folla ostile al dominio romano e per di più eccitata dall’azione sobillatrice del Sinedrio avrebbe potuto causare.


Si legge nel Vangelo secondo Marco che, dopo diverse verifiche dell’orientamento popolare, Pilato chiede alla folla: ”Volete voi ch’io vi liberi il Re dei Giudei?”.

I sacerdoti del Sinedrio, nel frattempo, si erano attivati per convincere la folla a reclamare la liberazione di Barabba, il quale era in prigione per aver ucciso un uomo nel corso di una rivolta, e a pretendere la condanna a morte di Gesù.

Era consuetudine, in occasione della Pasqua, la liberazione, su richiesta degli Ebrei, di un incarcerato dall’autorità romana: il cosiddetto privilegium paschale.

Alla domanda del procuratore la folla grida: ”Crocifiggilo!”. E Pilato ribadisce loro: “Ma pure, che male vi ha fatto?”, ma quelli gridano più forte : Crocifiggilo!”.

Infine, il procuratore si rassegna a giustiziare il Nazareno e a liberare Barabba, adeguandosi al desiderio del Sinedrio e della moltitudine, ma dissociandosi platealmente dalla sentenza, mediante il celebre lavacro delle mani.


Il processo a Gesù riassume il paradigma universale che prescinde dalla natura divina del suo protagonista: l’eterna differenza tra chi serve la democrazia e chi se ne serve, tra le ragioni del potere, della forza, dell’ideologia e quelle del dialogo, del confronto, della mitezza e, insieme, dell’intransigenza.

Paradossalmente, per coloro che ritengono la democrazia un fatto aritmetico, il comportamento di Ponzio Pilato può essere considerato la massima espressione di democrazia diretta.

In realtà, il popolo che grida “Crucifige!” è l’emblema della massa manovrabile, informe, instabile, propensa ad agire dietro la spinta emotiva e non in base al ragionamento.


Probabilmente quella folla che condanna Gesù è composta da molte persone che pochi giorni prima avevano intonato l’Osanna al suo ingresso a Gerusalemme.

Non è il popolo che decide, ma esso è solo una massa usata; crede di decidere ma, in realtà, conferma quello che altri già hanno disposto.

Le è stata data la parola solo per sostenere la verità del Sinedrio o gli interessi di Pilato: uno scontro fra due poteri, uno oligarchico e l’altro autocratico, nel quale il ricorso al popolo diventa uno strumento per salvare il potere dall’imbarazzo e dalla responsabilità di una decisione scomoda.

Come è stata chiamata in causa, la folla rientra nei ranghi, scompare, non conta più nulla; pronta a ritornare se invocata, magari per sostenere la tesi opposta.

Dietro l’apparenza della massima democrazia si nasconde il nulla della democrazia; spesso, coloro che santificano il popolo lo fanno per poterlo usare.


Nel contesto in esame, la consultazione popolare appare una forma approssimativa e arcaica di democrazia; la democrazia usata come mezzo, che determina la condanna di un innocente e trasforma un caso giudiziario in una tragedia di dimensioni storiche, diventa così il fallimento della democrazia stessa.


Si inserisce in questa logica la concezione, purtroppo diffusa, che offende e brutalizza la democrazia: le parole d’ordine feroci e anonime, gli slogan martellanti, le masse manovrate a piacimento, soprattutto tramite i mezzi di comunicazione di massa, le verità in cui credere ciecamente e da scagliare contro l’avversario, il nemico, l’altro. In tutto questo assume rilevanza l’attesa demiurgica dell’uomo, la leadership carismatica che conquista il consenso senza costruirlo, che sottopone a decisione lo strappo delle regole e invoca la delega in bianco per tutto il resto, la riduzione a zero della discussione, della partecipazione, della ricerca di una base di convenienza comune.


Non è democrazia quella affidata a politici che non credono più a nulla, che sono indifferenti ai contenuti, che non sono in grado di indicare una prospettiva, un orizzonte di reale cambiamento, anzi, che per mantenere la loro posizione, sono disponibili a sacrificare qualsiasi ideale, a rovesciare qualsiasi credo nel suo opposto, a intrecciare qualsiasi tipo di alleanza.


La democrazia soffoca per mancanza di anima e di futuro, per incapacità di offrire speranza, quando è senza intelligenza e senza cuore, attenta solo ai giochi tattici; muore quando gli schieramenti sembrano avere in comune la certezza che, comunque vada, non cambierà nulla. Questa è la concezione della democrazia come mezzo.


Soprattutto a livello locale, è sedimentato il concetto di democrazia in cui prevale la volontà della maggioranza che soffoca sistematicamente le istanze della minoranza, ma la maggioranza può anche essere violenta, dittatoriale e antidemocratica; viceversa un sistema di governo democratico si riconosce tale quando le maggioranze governano nel rispetto rigoroso dei diritti delle minoranze.


Altro aspetto importante per valutare la genuinità di un sistema di governo democratico è l’attenzione che dedica verso i problemi di coloro che si trovano nella periferia del sistema, cioè i poveri, gli anziani, i bambini, i malati, gli immigrati, coloro la cui vita è aggravata da una condizione di svantaggio.


In definitiva, la democrazia dovrebbe essere quello spazio in cui si costruisce un percorso in cui siano ammesse soste ed errori, in cui sia possibile il cambiamento di direzione, in cui ognuno trovi il modo di inserirsi al momento giusto. È quello spazio in cui siano presenti la possibilità e capacità di critica, il ragionamento, la partecipazione senza il pericolo di essere stritolati dai meccanismi di appartenenza agli apparati, in cui ci si assume la responsabilità delle scelte pronti a pagare prezzi personali.

Questo è il vero contenuto della democrazia per cui vale la pena di lottare.


Alberto Selvadagi




Brevissimo commento di Roberto Di Felice:

Testo limpidissimo e magistralmente educativo, una profonda riflessione utile per chi voglia evitare di cadere ammaliato da quei politici che si attribuiscono ogni virtù, mentre in realtà sono sentine di immoralità, e, nel contempo, demonizzano l’avversario, rovesciandogli contro le accuse più false e insensate per catturare il consenso degli elettori. Queste spregevolezze sono accadute recentemente anche ad Ariccia.

Un invito a tutti gli amici e ai lettori sinceramente democratici: rendete noto il testo con ogni mezzo di diffusione”.

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