Monday, May 29, 2017
Osservatorio sull'Italia
Saturday, 05 May 2012 18:55

La democrazia dei Ponzio Pilato

Il processo di banalizzazione che attraversa i nostri tempi incide inevitabilmente sul significato assegnato al concetto di democrazia. L’interpretazione comune è in linea con il degrado culturale del cosiddetto mondo politico, in particolare quello locale.


Per gli appartenenti a questo mondo, la democrazia è un fatto semplicemente aritmetico; l’obiettivo finale è il raggiungimento di almeno il 50% più uno dei consensi elettorali: lì si ferma la partecipazione dei cittadini alla politica.

È una logica che tecnicamente può apparire corretta, ma che nella sostanza è fuorviante; può essere considerata la condizione necessaria, ma non sufficiente per poter parlare di democrazia.

Se non si attivano meccanismi di partecipazione dei cittadini nei processi decisionali il risultato è un sistema bloccato.


Non dimentichiamo - anche la storia recente lo dimostra - che spesso le dittature sono espressione di ampio consenso popolare e, quindi, secondo l’interpretazione riduttiva citata, possono essere considerate sistemi di democrazia rappresentativa.

Un’eloquente dimostrazione dei danni che può provocare un’interpretazione mutila del significato di democrazia la fornisce Gustavo Zagrebelsky, un giurista già Presidente della Corte Costituzionale, il quale ha sentito il bisogno di esprimere le sue preoccupate riflessioni sul futuro della democrazia non con un saggio dottrinale, ma attraverso un libretto (Il «Crucifige!» e la democrazia, Einaudi, 1995), nel quale indirizza l’attenzione del lettore su di un episodio emblematico del Vangelo: la condanna a morte di Gesù, argomento d’importanza cruciale per il messaggio cristiano.


Una scena che vede schierati di fronte a Ponzio Pilato, procuratore romano della Giudea, una rappresentanza del popolo, Gesù e il Sinedrio di Gerusalemme, la massima autorità ebraica.

Il Sinedrio era un collegio di 71 membri, costituito da tre gruppi: l’aristocrazia sacerdotale, cioè, al tempo di Gesù, i più potenti rappresentanti del potere politico-religioso in Israele, gli Anziani, rappresentanti l’aristocrazia laica, e gli Scribi o Dottori della Legge, i custodi dell’ortodossia religiosa.

Esso era espressione dei tre poteri fondamentali: quello politico, quello economico e quello culturale e ideologico della Giudea; era l’espressione del dogma oligarchico che pretendeva di possedere la verità, unica e insindacabile.

Ponzio Pilato personifica il realismo scettico di chi detiene il potere da cui ricava cospicui benefici ed ha a cuore solo il potere e la sua conservazione.


Il fatto è noto. Davanti a Pilato si svolge la seconda parte del processo a Gesù. La prima, di fronte al Sinedrio, aveva avuto uno svolgimento legato al significato teologico della sua figura. Questa seconda parte riguarda l’aspetto politico della vicenda: mentre presso il Sinedrio l’accusa era di aver sedotto il popolo, di fronte al procuratore romano l’accusa è di sedizione.

Pilato ritiene l’imputato innocente e innocuo per gli interessi di Roma. Questa sua convinzione determina uno scontro tra lui e il Sinedrio, che invece invoca la condanna a morte dell’imputato. La posta in gioco è la vita di Gesù.

Il procuratore, per uscire dall’angolo in cui tenta di spingerlo il Sinedrio, attiva una procedura “democratica” appellandosi al popolo, che, presente in massa in Gerusalemme per le celebrazioni pasquali, costituisce in quel momento la sua maggiore preoccupazione, per i disordini che una folla ostile al dominio romano e per di più eccitata dall’azione sobillatrice del Sinedrio avrebbe potuto causare.


Si legge nel Vangelo secondo Marco che, dopo diverse verifiche dell’orientamento popolare, Pilato chiede alla folla: ”Volete voi ch’io vi liberi il Re dei Giudei?”.

I sacerdoti del Sinedrio, nel frattempo, si erano attivati per convincere la folla a reclamare la liberazione di Barabba, il quale era in prigione per aver ucciso un uomo nel corso di una rivolta, e a pretendere la condanna a morte di Gesù.

Era consuetudine, in occasione della Pasqua, la liberazione, su richiesta degli Ebrei, di un incarcerato dall’autorità romana: il cosiddetto privilegium paschale.

Alla domanda del procuratore la folla grida: ”Crocifiggilo!”. E Pilato ribadisce loro: “Ma pure, che male vi ha fatto?”, ma quelli gridano più forte : Crocifiggilo!”.

Infine, il procuratore si rassegna a giustiziare il Nazareno e a liberare Barabba, adeguandosi al desiderio del Sinedrio e della moltitudine, ma dissociandosi platealmente dalla sentenza, mediante il celebre lavacro delle mani.


Il processo a Gesù riassume il paradigma universale che prescinde dalla natura divina del suo protagonista: l’eterna differenza tra chi serve la democrazia e chi se ne serve, tra le ragioni del potere, della forza, dell’ideologia e quelle del dialogo, del confronto, della mitezza e, insieme, dell’intransigenza.

Paradossalmente, per coloro che ritengono la democrazia un fatto aritmetico, il comportamento di Ponzio Pilato può essere considerato la massima espressione di democrazia diretta.

In realtà, il popolo che grida “Crucifige!” è l’emblema della massa manovrabile, informe, instabile, propensa ad agire dietro la spinta emotiva e non in base al ragionamento.


Probabilmente quella folla che condanna Gesù è composta da molte persone che pochi giorni prima avevano intonato l’Osanna al suo ingresso a Gerusalemme.

Non è il popolo che decide, ma esso è solo una massa usata; crede di decidere ma, in realtà, conferma quello che altri già hanno disposto.

Le è stata data la parola solo per sostenere la verità del Sinedrio o gli interessi di Pilato: uno scontro fra due poteri, uno oligarchico e l’altro autocratico, nel quale il ricorso al popolo diventa uno strumento per salvare il potere dall’imbarazzo e dalla responsabilità di una decisione scomoda.

Come è stata chiamata in causa, la folla rientra nei ranghi, scompare, non conta più nulla; pronta a ritornare se invocata, magari per sostenere la tesi opposta.

Dietro l’apparenza della massima democrazia si nasconde il nulla della democrazia; spesso, coloro che santificano il popolo lo fanno per poterlo usare.


Nel contesto in esame, la consultazione popolare appare una forma approssimativa e arcaica di democrazia; la democrazia usata come mezzo, che determina la condanna di un innocente e trasforma un caso giudiziario in una tragedia di dimensioni storiche, diventa così il fallimento della democrazia stessa.


Si inserisce in questa logica la concezione, purtroppo diffusa, che offende e brutalizza la democrazia: le parole d’ordine feroci e anonime, gli slogan martellanti, le masse manovrate a piacimento, soprattutto tramite i mezzi di comunicazione di massa, le verità in cui credere ciecamente e da scagliare contro l’avversario, il nemico, l’altro. In tutto questo assume rilevanza l’attesa demiurgica dell’uomo, la leadership carismatica che conquista il consenso senza costruirlo, che sottopone a decisione lo strappo delle regole e invoca la delega in bianco per tutto il resto, la riduzione a zero della discussione, della partecipazione, della ricerca di una base di convenienza comune.


Non è democrazia quella affidata a politici che non credono più a nulla, che sono indifferenti ai contenuti, che non sono in grado di indicare una prospettiva, un orizzonte di reale cambiamento, anzi, che per mantenere la loro posizione, sono disponibili a sacrificare qualsiasi ideale, a rovesciare qualsiasi credo nel suo opposto, a intrecciare qualsiasi tipo di alleanza.


La democrazia soffoca per mancanza di anima e di futuro, per incapacità di offrire speranza, quando è senza intelligenza e senza cuore, attenta solo ai giochi tattici; muore quando gli schieramenti sembrano avere in comune la certezza che, comunque vada, non cambierà nulla. Questa è la concezione della democrazia come mezzo.


Soprattutto a livello locale, è sedimentato il concetto di democrazia in cui prevale la volontà della maggioranza che soffoca sistematicamente le istanze della minoranza, ma la maggioranza può anche essere violenta, dittatoriale e antidemocratica; viceversa un sistema di governo democratico si riconosce tale quando le maggioranze governano nel rispetto rigoroso dei diritti delle minoranze.


Altro aspetto importante per valutare la genuinità di un sistema di governo democratico è l’attenzione che dedica verso i problemi di coloro che si trovano nella periferia del sistema, cioè i poveri, gli anziani, i bambini, i malati, gli immigrati, coloro la cui vita è aggravata da una condizione di svantaggio.


In definitiva, la democrazia dovrebbe essere quello spazio in cui si costruisce un percorso in cui siano ammesse soste ed errori, in cui sia possibile il cambiamento di direzione, in cui ognuno trovi il modo di inserirsi al momento giusto. È quello spazio in cui siano presenti la possibilità e capacità di critica, il ragionamento, la partecipazione senza il pericolo di essere stritolati dai meccanismi di appartenenza agli apparati, in cui ci si assume la responsabilità delle scelte pronti a pagare prezzi personali.

Questo è il vero contenuto della democrazia per cui vale la pena di lottare.


Alberto Selvadagi




Brevissimo commento di Roberto Di Felice:

Testo limpidissimo e magistralmente educativo, una profonda riflessione utile per chi voglia evitare di cadere ammaliato da quei politici che si attribuiscono ogni virtù, mentre in realtà sono sentine di immoralità, e, nel contempo, demonizzano l’avversario, rovesciandogli contro le accuse più false e insensate per catturare il consenso degli elettori. Queste spregevolezze sono accadute recentemente anche ad Ariccia.

Un invito a tutti gli amici e ai lettori sinceramente democratici: rendete noto il testo con ogni mezzo di diffusione”.

L’attività di governo di un sindaco

L’attività di governo di un sindaco può essere caratterizzata dal “non fare”, dal “fare” o dal  “fare bene per la collettività”.

Una superficiale valutazione delle tre modalità potrebbe far apparire la prima la più dannosa per la società, ma una più attenta analisi mette in evidenza che la seconda può essere altrettanto, se non maggiormente, dannosa e che una miscela delle due può avere effetti devastanti.

Possiamo associare il governo caratterizzato dal “non fare” a inettitudine oppure  inadeguatezza al ruolo, mentre i tanto decantati governi del “fare“ nascondono delle verità sconcertanti.

Sono frutto dei governi comunali del semplice “fare” le tantissime opere inutili che hanno devastato il territorio nazionale: le strade che finiscono nel nulla, i centri sportivi rimasti abbandonati perché non necessari, i cento aeroporti presenti nel territorio nazionale, per la maggior parte scarsamente utilizzati, gli ospedali iniziati e mai finiti. A tal proposito, la Commissione d’inchiesta del Senato della Repubblica sul Sistema Sanitario Nazionale, dopo tre anni di lavoro, nella seduta del 14 giugno 2000 riferiva che, tra le tante anomalie rilevate, nel territorio nazionale esistevano 147 strutture sanitarie incompiute o non funzionanti: un immenso sperpero di denaro pubblico.

Questa  sintetica descrizione fornisce una sommaria indicazione del contributo che i sindaci del semplice “fare” hanno dato all’accumulo dell’attuale enorme debito pubblico italiano di 1.900 miliardi di euro.

 

 

I disastri ambientali

Molte zone d’Italia sono state afflitte recentemente da alluvioni e smottamenti di terreni. Commetteremmo un errore se considerassimo questi disastri riconducibili a condanne divine; sono, semplicemente, il risultato di decenni di mancata prevenzione del territorio (governi del “non fare”) oppure di processi di urbanizzazione  selvaggia (governi del “fare”), avvenuti forzando o aggirando le regole urbanistiche e ambientali per ottenere ritorni  elettorali o, più spesso, per motivi meno nobili.

Se in quelle zone si fosse governato secondo il principio del “fare per il bene della collettività” tutti quei disastri non sarebbero avvenuti!

Dal 1956 al 2001 la superficie urbanizzata del nostro Paese è aumentata del 500%. Si è trattato di un’impresa sistematica di distruzione di territori boschivi e agricoli. Secondo i dati dell’Istituto Centrale di Statistica, dal 1990 al 2005 sono stati consumati  3 milioni e 663 mila ettari di superficie libera, cioè un’area più grande del Lazio e dell’Abruzzo messi insieme è stata coperta di cemento nell’arco di 15 anni.

 

 

Le cause del degrado etico-politico

Lo stato del governo del territorio è allarmante ed è necessario domandarsi come mai ciò sia potuto accadere. L’eccessiva invadenza dei partiti politici nella gestione dei Comuni non è estranea a tali fenomeni.

Nel 1948 il nostro Paese era una terra di macerie a causa dell’effetto devastante del secondo conflitto mondiale. Una classe politica di giganti, non perché avessero dei poteri straordinari, ma perché erano persone perbene, oneste, colte, che agivano spinte da alti ideali e con spirito di servizio verso la Nazione, ha portato l’Italia, nell’arco di un decennio, a diventare un Paese economicamente forte.

Il simbolo del progressivo degrado della politica può essere visivamente rappresentato dal confronto di due grandi opere: il tratto tra Roma e Milano dell’autostrada A1, lunga più di 700 Km, realizzato, in appena sei anni, tra la fine degli anni ‘50 e i primi anni ‘60 e l’autostrada Salerno - Reggio Calabria, lunga poco più di 400 Km, che è un cantiere aperto dagli inizi degli anni ’70 e di cui è difficile prevedere la conclusione dei lavori.

Il primo è un esempio del “fare bene per la collettività”; il secondo è un esempio del “fare gli interessi della camorra, della mafia e delle cricche vicine ai partiti politici“.

Per tentare di risalire la china occorre individuare le cause che hanno provocato lo sfacelo e attivare azioni idonee per il loro superamento.

A mio parere, gli elettori sono i principali responsabili del disastro nazionale e non si può condividere la tesi che considera gli elettori buoni e onesti, ma, purtroppo, vittime di una partitocrazia poco raccomandabile.

I politici eletti sono l’espressione del voto popolare, quindi la classe politica che ne scaturisce non può che esserne la diretta rappresentazione.

Il processo di decadimento era evidente già nella seconda metà degli anni ’70 e l’allarme lo lanciò Enrico Berlinguer nell’intervista del 28 luglio 1981 concessa a Eugenio Scalfari del quotidiano “La Repubblica“, nella quale si soffermava sulla questione morale in politica.

Nell’intervista colpiscono frasi come: ”I partiti non fanno più politica”, “I partiti hanno degenerato e questa è l’origine dei malanni dell’Italia” oppure “I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal Governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali , le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali”.

La situazione nel corso degli anni, invece di migliorare, è peggiorata.

L’inchiesta “Mani Pulite”, che ha messo in evidenza fenomeni di corruzione nei partiti, poteva essere un’occasione per il loro rinnovamento: ciò non è avvenuto.

L’unico mutamento è  stato il modo di pagamento della corruzione; le borse piene di soldi sono state sostituite dall’assegnazione di incarichi più o meno importanti a personaggi  mediocri e dalla proliferazione di consulenze inutili.

Il personaggio mediocre al quale viene assegnato un ruolo di rilievo è, di fatto, un servo al quale può essere chiesta qualsiasi cosa lecita  e, soprattutto, illecita, senza che possa opporsi perché in gioco c’è il suo posto ben retribuito e immeritato.

Non è un caso che nella seconda metà degli anni ’70 il debito pubblico del nostro Paese ha iniziato una corsa al rialzo, confermando che il deterioramento etico produce danno economico.

All’inizio degli anni ’90, Rino Formica, ex ministro delle finanze, ma anche esponente di spicco del partito socialista, riferendosi all’ambiente umano e politico vicino alla dirigenza del suo partito, con toni dispregiativi lo definiva “una corte di nani e ballerine”. Sono gli stessi cortigiani che nel ventennio  successivo hanno governato l’Italia con gli effetti devastanti che stiamo registrando, drammaticamente, in questi giorni.

 

 

 

Il livello locale

Il degrado dei partiti politici a livello nazionale, nel corso degli anni e in maniera progressiva, è sceso, per un effetto di decantazione naturale, sino al livello locale.

Il basso profilo dei politici a livello comunale che ne è scaturito ha avuto un effetto culturalmente devastante. I sindaci e gli assessori sono: lo Stato nel territorio, lo Stato in prima linea, lo Stato a contatto del cittadino. Il  loro comportamento, nel tempo, provoca modifiche antropologiche nella comunità che governano.

L’ampia diffusione del voto di scambio a livello comunale è un altro elemento di destabilizzazione democratica. Quanti cittadini votano un sindaco perché l’amico consigliere ha loro assicurato che farà di tutto per il rilascio di una concessione edilizia, magari per costruire in una zona dove non è possibile (lo scempio del litorale laziale ne è una dimostrazione), o perché c’è qualche pratica di loro interesse giacente negli uffici comunali che vorrebbero risolta in tempi brevi, oppure perché hanno avuto assicurazione per un posto di lavoro (che spesso mai otterranno) per i figli e così via?

Tale modalità di voto ha contribuito ad umiliare la moralità nella società, l’estetica del vivere, lo spirito di solidarietà, a renderci meno liberi, meno dignitosi.

In particolare nei piccoli comuni di origine agricola, il confronto politico rappresenta una camuffata traslazione di faide tribali o familiari su di un piano socialmente più accettabile. In altri tempi, in tali contesti, le controversie venivano risolte sottraendo qualche capo di bestiame oppure danneggiando le proprietà dell’avversario; ora risulta “più pulito” risolverle su un piano diverso: la politica.

Ne è una prova l’atteggiamento di vendetta che caratterizza lo scontro politico, l’odio che lo attraversa.

Generalmente, nelle elezioni comunali, il sistema democratico viene interpretato secondo una becera logica quantitativa: chi ottiene un voto in più rispetto all’avversario si sente padrone assoluto; pertanto, occupa l’istituzione secondo una logica militare, escludendo completamente il rimanente 49,999% che ha votato contro.

Ma non finisce qui, perchè deve rendere difficile la vita all’avversario politico e a tutti coloro che hanno appoggiato quest’ultimo. L’operazione viene attuata rendendo incerti i loro diritti. Tanto più elevato sarà il numero dei cittadini trasformati in questuanti tanto maggiore sarà il suo successo nella futura tornata elettorale.

La parola d’ordine non dichiarata è rendere molto difficile la vita ai dissenzienti.

 

 

 

Suggerimenti per superare il degrado

Si può uscire da tale girone dantesco:

  • riscoprendo e diffondendo il vero significato della democrazia, la quale è soprattutto confronto, ascolto, dibattito, partecipazione;
  • evitando di scegliere candidati indicati dai partiti politici, perché il loro sistema di selezione promuove scientificamente una classe dirigente di basso profilo che non è funzionale al Paese, ma agli stessi partiti;
  • indirizzando la scelta verso liste civiche e movimenti autonomi. Fortunatamente in questi ultimi anni stiamo assistendo alla nascita e alla crescita di movimenti autonomi e liste civiche che contengono quella spinta innovativa propria delle realtà nascenti. Il successo di tali forze potrebbe essere anche una opportunità di rinnovamento per i partiti politici, i quali, sotto la spinta di effetti traumatici, sarebbero  costretti a rifondarsi;
  • scegliendo il candidato sindaco sulla base del programma amministrativo che presenta e, soprattutto, ridimensionando la delega, attraverso un controllo più attento sull’attuazione dello stesso programma;
  • escludendo quei candidati che si mostrano attenti ai problemi della comunità solo nel tempo della campagna elettorale: tempo delle promesse e delle menzogne!
  • tenendo bene a memoria le promesse e le inadempienze come bagaglio di esperienza per la scelta nelle votazioni successive;
  • attivando un controllo più attento sui consiglieri comunali per i quali si è votato. La partecipazione ai consigli comunali permette di verificare la coerenza del comportamento dei votati rispetto alle promesse elettorali;
  • mantenendo una salda e dignitosa difesa del proprio ruolo di cittadino, titolare di diritti e doveri. Quindi, deve essere ferma l’opposizione ad operazioni  che tendono a trasformare i diritti in favori accordati. La peggiore condizione è farsi ridurre a mendicare i propri diritti.

 

 

 

Conclusione

Per concludere, credo che non sia difficile potersi identificare, per coloro che sono contrari alle consorterie, in ciò che scriveva nel 1884 Matilde Serao, scrittrice e giornalista, nel romanzo “Il ventre di Napoli”: «… a me importa poco che vadano al Consiglio comunale dei clericali, dei borbonici, dei moderati, dei liberali, dei democratici, dei socialisti, o degli anarchici: tutto ciò mi è indifferente. Io voglio degli uomini onesti: io voglio delle coscienze secure: io voglio delle anime austere. Le loro opinioni politiche non mi riguardano: solo i loro sentimenti morali m’interessano. Non voglio ladri, io, al Comune; e per ladri non intendo solo quelli che si mettono in tasca il denaro mio, il mio povero e scarso denaro, ma tutti quelli che aiutano i ladri miei o che permettono, chiudendo gli occhi, che mi si rubi. Non voglio, al Comune, né affaristi, né compari di affaristi, né rappresentanti di affaristi, né amici degli amici degli affaristi … Io voterò per chiunque mi risulti, in faccia al sole, che egli sia un galantuomo. Un galantuomo può sbagliare, ma non può tradirmi, un galantuomo può errare, ma non può vendermi”.

Sono parole attualissime, che è utile tenere presenti in occasione della scelta dei candidati alle elezioni comunali.

Alberto Selvadagi

Sunday, 06 November 2011 00:00

L'Italia potrebbe essere salvata dai sindaci

1. IL DEFICIT DI DEMOCRAZIA NEL MONDO

Un bene di cui c’è scarsità nel mondo è la democrazia; c’è, invece, abbondanza di oligarchie camuffate da democrazie, cioè sistemi politici governati da poche entità: i cartelli finanziari, quelli petroliferi, quelli farmaceutici, quelli dell’alimentazione, i gruppi che controllano i mass media e, più in generale, le grandi aziende transnazionali.

Altri sistemi di governo diffusi specialmente in Africa e in America Latina sono le autocrazie, le quali, generalmente, sono il risultato dell’interferenza dei poteri economici transnazionali, i quali, essendo interessati all’appropriazione delle materie prime di quei Paesi, vi creano destabilizzazione politica per porne alla guida figure fantoccio, le cosiddette teste di legno o più pomposamente dittatori, con l’unica funzione di agevolare le operazioni di rapina in tali Paesi.

2. LA SITUAZIONE ITALIANA

L’Italia  rientra  nel  primo  gruppo, ma con caratteristiche ancora più critiche rispetto ad altri Paesi, perché il numero dei corpi estranei al sistema democratico si arricchisce della presenza della mafia, della camorra, della ‘ndrangheta e infine, ma non meno pericolosa, della massoneria deviata (vedi P2, P3, P4).

Le cronache giornalistiche e le inchieste giudiziarie evidenziano il passaggio di queste entità dall’attuazione di azioni di condizionamento esterno delle istituzioni democratiche all’occupazione delle stesse.

È stata dimostrata la loro presenza nei consigli comunali, in quelli provinciali, in quelli regionali e nel nostro Parlamento; quindi hanno voce in capitolo nell’attività legiferante.

Queste organizzazioni hanno obiettivi precisi: trasformarci in greggi di pecore belanti e brucanti, cioè farci perdere la coscienza dei nostri diritti facendoli apparire come concessioni e, soprattutto, ridurci ad ottusi consumatori; in definitiva, distruggere la nostra dignità per poterci meglio manipolare a vantaggio dei loro fini.

La situazione è ulteriormente aggravata da un sistema elettorale del nostro Parlamento basato sulle liste bloccate, per cui i candidati sono l’emanazione delle segreterie dei partiti e delle organizzazioni sopra citate. Il risultato è un Parlamento di nominati e non di eletti. Ciò in netto contrasto con l’art. 67 della nostra Costituzione, il quale afferma: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”.

La differenza tra nominato ed eletto è sostanziale: nel primo caso il parlamentare deve rispondere a coloro che lo hanno messo in Parlamento, cioè il valore di riferimento del nominato è la fedeltà al padrone; nel secondo caso il parlamentare deve rispondere a coloro che lo hanno eletto, deve, perciò, impegnarsi a risolvere i problemi presenti nel territorio e nella collettività che lo ha votato.

Prima dell’entrata in vigore di detta legge ognuno di noi conosceva il parlamentare che lo rappresentava; oggi questo tipo di rapporto è stato reciso.

I parlamentari vivono barricati nei palazzi del potere assecondando acriticamente gli ordini dei padroni. Nel frattempo, per non annoiarsi e non dovendo più dedicare tempo ai rapporti con la propria base elettorale, sono diventati esperti di talk show televisivi, di cui ormai abbiamo la nausea. Sono diventati una vera e propria casta autoreferenziale, distante dai bisogni dei cittadini.

3. IL CONDIZIONAMENTO DELLA POLITICA DA PARTE DELL’ECONOMIA

Tale degrado è la conseguenza della sopraffazione dell’economia, quella peggiore, sulla politica. Due ambiti che hanno caratteristiche diverse: la prima, specialmente quella finanziaria speculativa, ha come obiettivo il conseguimento di un beneficio (superfluo) per pochi  e non esita a mettere in ginocchio gli Stati e distruggere la vita di milioni di esseri umani per raggiungere lo scopo; la politica, invece, dovrebbe essere l’espressione di valori di solidarietà, del servizio nei confronti della collettività, della cura del bene collettivo, dell’agire per migliorare il futuro, dell’aiuto ai più deboli e ai meno fortunati.

Pertanto non è azzardato affermare che la maggior parte dei governi degli Stati, anche quelli europei, sono a sovranità limitata a causa dei condizionamenti più o meno occulti da parte della finanza speculativa.

A prova di questa affermazione potrei citare una moltitudine di esempi; ne cito solo due: il primo è il golpe in Cile del 1973 il quale - ormai è stato appurato - fu finanziato da due società multinazionali, una svizzera dell’alimentazione e una americana di telefonia, le quali, evidentemente, ritenevano Allende un soggetto non sufficientemente affidabile per la difesa dei loro interessi, più o meno leciti, in Cile.

Un altro esempio più recente è la reazione di Obama, il presidente degli USA, a fronte del disastro prodotto dalla BP (società petrolifera inglese) in una delle più belle baie nel mondo, a causa di un guasto in una piattaforma di estrazione del petrolio.  Un Capo di  Stato non condizionato avrebbe  reagito con fermezza affinché la società petrolifera risolvesse con celerità il problema, invece abbiamo visto il Presidente degli USA balbettante e impotente di fronte all’improntitudine e  all’atteggiamento di sufficienza dell’amministratore delegato della BP. Questo è stato il segno che un amministratore delegato di una società multinazionale può essere  più potente di un Capo di Stato.

La reazione di Obama è da ascriversi  al potere del cartello delle società petrolifere, le quali negli USA hanno un peso determinante nelle scelte di politica economica. Probabilmente ad Obama sarà tornato anche in mente il ricordo della tragica fine, nel novembre del 1963 a Dallas (Texas), di J.F. Kennedy, il quale aveva osato contrastare lo strapotere dei petrolieri texani.

La soluzione l’hanno trovata i cartelli dei mass media, i quali, pilotati dai petrolieri, hanno tolto il mondo dall’imbarazzo, coprendo la vicenda con una coltre di silenzio.

Nella realtà, in quella baia si è consumato un danno ambientale che richiederà molte decine di anni prima che si possano ristabilire le condizioni ante disastro.

Questa premessa serve a sottolineare che anche nel nostro Paese è prioritaria la liberazione del sistema politico da tali condizionamenti .

4. IL RUOLO POSSIBILE DEI SINDACI NEL NOSTRO PAESE

A mio parere, esistono spazi di intervento efficaci nei quali il ruolo fondamentale è in ognuno di noi. Un ultimo lembo di democrazia è l’elezione dei sindaci, basato ancora sul contatto diretto con il candidato. L’aspetto critico è la nostra capacità di scegliere, di valutare le caratteristiche del candidato, la sua idoneità e il suo coraggio di difendere i valori alti  che debbono caratterizzare una vera democrazia. È un processo che richiede il coinvolgimento di cittadini-elettori maturi, coscienti del pericolo in atto per la nostra libertà, per la nostra dignità, per il nostro futuro.  

Oggi quei pochi sindaci, specialmente in aree di frontiera come la Campania, la Sicilia, la Calabria e non solo, che assolvono al loro ruolo con impegno, con coerenza e tanto coraggio sono costretti a pagare prezzi rilevanti in termini di condizionamenti esistenziali fino alla perdita della loro vita. Ma ciò succede perché, a fronte di pochi coraggiosi sindaci, troppi sono quelli inadempienti. Se, viceversa, quei pochi si trasformassero in molti, ci troveremmo miracolosamente in un Paese dove il vivere sarebbe più semplice, meno angosciante , meno problematico, dove gli intrallazzatori avrebbero scarse opportunità, dove non ci sarebbe dissipazione di risorse sia economiche che sociali, dove potremmo sperare in un futuro migliore.

Abbiamo bisogno di 8.092 sindaci - tanti sono i Comuni d’Italia - capaci, coraggiosi, onesti, liberi dai vincoli di partito, i quali rappresenterebbero una grande rivoluzione pacifica in grado di travolgere il ciarpame e le ambiguità di un sistema politico ormai da troppo tempo bloccato  nelle proprie contraddizioni.

Alberto Selvadagi

Wednesday, 02 November 2011 23:00

I magistrati che si dichiarano "partigiani"

Credo che non abbiamo ancora visto e udito tutto quello che è possibile vedere e udire in un Paese, il nostro, l’Italia, precipitato – appare irreversibilmente – in un marasma politico, sociale, economico ed etico, del quale sarebbe impegno troppo lungo esaminare responsabilità e cause sedimentatesi soprattutto nel corso dell’ultimo ventennio.

Ora, col rischio di rendere la situazione ancor più caotica, sembra profilarsi, per espressa confessione di uno degli appartenenti ad essa, una nuova categoria antropologico-professionale: i magistrati “partigiani”.

«Un magistrato deve essere imparziale quando esercita le sue funzioni, ma io confesso che non mi sento del tutto imparziale. Anzi, mi sento partigiano. Partigiano non solo perché sono socio onorario dell'ANPI, ma sopratutto perché sono un partigiano della Costituzione» avrebbe detto di sé stesso – secondo le cronache giornalistiche - Antonio Ingroia, aggiunto della Procura distrettuale antimafia di Palermo, pochi giorni fa, durante il congresso di uno dei tanti minuscoli partiti che si contendono il non invidiabile privilegio di considerarsi l’erede fedele dell’ortodossia del PCI.

Se alla parola “partigiano” si attribuisse il significato positivo di rigoroso osservante della nostra Costituzione democratica e suo paladino contro ogni palese violazione dei suoi princìpi e dettami, ma non il significato negativo di credersi custode incontestabile della propria, ovviamente ritenuta genuina, interpretazione di tali princìpi e dettami con la quale non collimino altre possibili e ragionevoli interpretazioni, definirsi “partigiano della Costituzione” sarebbe, per un magistrato che ha giurato di osservare lealmente le leggi dello Stato, un mero truismo, che, nel caso specifico, trascina con sé un corollario: che è criticabile che questa bizzarra autodefinizione venga pronunziata da una tribuna partitica, che è un luogo “partigiano”, nel senso di fazioso, per eccellenza.

Successivamente, forse resosi conto di aver offerto il destro alla prevedibile vigorosa reazione di esponenti politici del fronte opposto a quello comunista, questo magistrato ha cercato, sempre secondo le cronache giornalistiche, di correggere il tiro con affermazioni che, se veridiche, meritano di essere commentate con le parole del poeta Ovidio: causa patrocinio non bona peior erit, cioè una causa cattiva diventa peggiore col difenderla.

Dunque, questo magistrato avrebbe detto: «La mia è stata intenzionalmente un’affermazione forte, provocatoria. Viste le reazioni, la provocazione ha avuto effetto. […] Era ovvio che fosse un intervento caricato, posto a creare i presupposti per un dibattito su alcuni temi cruciali come la libertà di espressione e di opinione, anche da parte dei magistrati»; riguardo alla situazione della giustizia in Italia, avrebbe aggiunto: «Il caso italiano ha profili di unicità per il protagonismo dei magistrati»; poi avrebbe spiegato il “caso italiano” con queste parole: «Credo che ciò nasca da una serie di passi in avanti che la politica non ha fatto, lasciando degli spazi vuoti riempiti proprio dal protagonismo dei magistrati. Non è giusto che a questo vuoto ovvii la magistratura, ma finisce per essere una conseguenza inevitabile, magari ingiusta; la magistratura non deve svolgere ruoli politici trainanti, ma deve poter partecipare al dibattito».

Se è vero – e lo è – che la magistratura non deve svolgere ruoli politici trainanti e se di questo – come sembra – il magistrato era consapevole, bisogna osservare che, nel caso in esame, v’è stata un’evidente incoerenza tra questa proclamata consapevolezza del magistrato e il suo agire concreto.

Uno dei grandi problemi dell’Italia di questi anni è proprio questo e rappresenta un’anomalia macroscopica unica tra i Paesi più evoluti, che tutti gli attori in campo devono impegnarsi ad eliminare: dopo Tangentopoli, molti magistrati hanno creduto di poter svolgere permanentemente la funzione impropria di supplenti della politica, mostrandosi questa troppo spesso debole, rissosa e incapace di giungere, su importanti questioni di rilievo nazionale, a decisioni condivise dagli opposti schieramenti, e con grande frequenza troppi tra i magistrati sono scesi, con debordante “protagonismo” e con valutazioni “partigiane”, nell’agone politico, che è inadatto al ruolo della magistratura e dannoso all’immagine di imparzialità che essa deve sempre avere.

Bene, dunque, ha fatto il segretario dell'Associazione Nazionale Magistrati, Giuseppe Cascini, a intervenire sulla vicenda per evitare che venga appannata l'immagine di imparzialità dei magistrati, invitandoli alla prudenza quando parlano fuori delle aule di giustizia: «Ho sempre sostenuto che i magistrati particolarmente esposti, a causa delle loro indagini e delle attività che svolgono, dovrebbero avere particolare prudenza nell'esprimere valutazioni di carattere generale sulla politica del Paese».

È perciò veramente opportuno il richiamo al pensiero (in L’elogio dei giudici scritto da un avvocato) sulla figura del pubblico ministero dell’insigne maestro di diritto Piero Calamandrei, che alla formazione della nostra Costituzione democratica diede, da membro dell’Assemblea costituente, un contributo fondamentale: «Fra tutti gli uffici giudiziari, il più arduo mi sembra quello del pubblico accusatore: il quale, come sostenitore dell'accusa, dovrebb’essere parziale al pari di un avvocato; e, come custode della legge, dovrebb’essere imparziale al pari di un giudice. Avvocato senza passione, giudice senza imparzialità: questo è l'assurdo psicologico nel quale il pubblico ministero, se non ha squisito senso dell’equilibrio, rischia ad ogni istante di perdere per amor di serenità la generosa combattività del difensore, o per amor di polemica la spassionata oggettività del magistrato».

Questo è l’insegnamento del grande giurista che i magistrati non devono mai dimenticare, se non vogliono apparire “partigiani”: avere – sempre – squisito senso dell’equilibrio.

Concludo allegando la limpida, per il tessuto narrativo, e pregnante, per le argomentazioni recate, conferenza dal titolo “Il ruolo del giudice nella società che cambia” tenuta, il 7 aprile 1984 presso il Rotary Club di Canicattì, dal magistrato assassinato dalla mafia Rosario Livatino. Il testo è tratto dal quotidiano telematico (http://www.giustizia.it) del Ministero della Giustizia.

Per la loro fresca attualità e il loro profilo profetico e come bussola per i magistrati che vogliano sempre tenere comportamenti deontologicamente corretti, notevoli sono i paragrafi 2° e 3°, dedicati rispettivamente ai rapporti tra il magistrato e la sfera del “politico” e all’aspetto della cosiddetta “immagine esterna” del magistrato.

Ne consiglio la lettura attenta a tutti e, in primo luogo, ai magistrati che si dichiarano “partigiani”. Per quest’ultimi, oltre alla lettura, mi permetto di consigliarne anche la stretta osservanza.

Roberto Di Felice

 

IL RUOLO DEL GIUDICE NELLA SOCIETÀ CHE CAMBIA

di Rosario Livatino

L'argomento proposto vuole offrire materia di riflessione su due temi, che possono anche porsi in perfetta antitesi fra loro: la società che cambia e il magistrato.

Da un lato viene considerata la società intesa come unione ordinata e regolamentata di persone che vivono in un ambito territoriale (e, quindi, per noi la società italiana), la quale è per sua stessa natura una entità in continua evoluzione: essa si trasforma, a volte sensibilmente e a volte insensibilmente, in modo quotidiano, dando luogo a ciò che, nel termine più comprensivo, viene definito come l'evoluzione perenne del costume.

Dall'altro abbiamo la figura del magistrato: egli altro non è che un dipendente dello Stato, al quale è affidato lo specialissimo compito di applicare le leggi, che quella società si dà attraverso le proprie istituzioni, in un momento di squisita delicatezza del loro operare: il momento contenzioso. Per ciò stesso, il magistrato non dovrebbe essere una realtà sul cui mutamento ci si debba interrogare: egli è un semplice riflesso della legge che è chiamato ad applicare. Se questa cambia, anch'egli dovrebbe cambiare; se questa rimane immutata, anch'egli dovrebbe mantenersi uguale a se stesso, quali che siano le metamorfosi della società che lo avvolge.

In questa accezione, il tema proposto potrebbe anche apparire una contraddizione in termini. Esso però trae le mosse da una diversa chiave di lettura del ruolo del magistrato, che si è venuta sempre più affermando a partire dalla metà degli anni '60 e che vuole, esaltando il potere di interpretazione della legge, tracciare un nuovo rapporto tra tale ruolo ed il divenire della società.

Partendo dalle premesse, cioè, che non sempre la legge è in sintonia coll'evolversi del costume ma spesso, troppo spesso, si attarda e si sclerotizza, si è sostenuto che il magistrato può - pur rimanendo identica la lettera della norma - utilizzare quello fra i suoi significati che meglio si attaglia al momento contingente.

Una diversità di ruolo che non può non rifrangersi nel suo stesso protagonista: il nuovo rapporto cercato fra magistrato e norma legislativa comporta infatti di necessità che anche il primo esca dalla propria torre eburnea di immutabilità, di ibernazione sociale, divenendo attento, sensibile a quanto accanto a lui si crea, si trasforma, si perde.

Ecco, dunque, che i termini del tema propostoci non sono più in inconciliabile antitesi: le due realtà, società e magistrato, sono su un identico piano evolutivo e bene si comprende e si giustifica l'interrogativo sugli effetti che tale parallelismo può avere prodotto, sulla positività o negatività di questa esperienza che si è voluta vivere e, conseguentemente, sulla persistente conducenza del mezzo che si è scelto rispetto al fine che si voleva originariamente conseguire.

Il tema è di amplissimo respiro e di difficile risolubilità, soprattutto perché il fenomeno al quale implicitamente si riallaccia è tuttora in atto. Assolutamente pretenzioso sarebbe quindi credere di poterne affrontare la disamina da parte di chi parla; anche perché la disamina stessa implica conoscenze, soprattutto sul piano della macro e microsociologia, che esulano del tutto dalla sua esperienza culturale.

Poiché, però, il dibattito sul ridetto tema è ogni giorno riproposto dai mezzi di comunicazione di massa ed innumerevoli sono gli episodi reali che lo impongono all'attenzione della pubblica opinione, è facile presumere che ciascuno di coloro che hanno la bontà di ascoltarlo rechi con sé dei quesiti che gradirebbe poter rivolgere ad un addetto ai lavori.

È questo il taglio che sembra ideale per questo incontro e quanto adesso brevemente sarà detto avrà il solo scopo di richiamare alla memoria quelle tematiche che più di altre hanno costituito motivo di pubbliche polemiche e di fungere quindi da stimolo per le domande, le contestazioni che si vorranno porre.

Le tematiche sulle quali ci intratterremo sono le seguenti:

  • i rapporti tra il magistrato ed il mondo dell'economia e del lavoro
  • i rapporti tra il magistrato e la sfera del "politico"
  • l'aspetto della c.d. "immagine esterna" del magistrato
  • il problema della responsabilità del magistrato

 

1. - I RAPPORTI TRA IL MAGISTRATO E IL MONDO DELL'ECONOMIA E DEL LAVORO

La situazione economica italiana dell'ultimo decennio ha risentito in maniera notevole delle due crisi dei prodotti petroliferi (1973/1974 - 1979/80) e della persistenza dei fenomeni terroristici e di instabilità politica. Ad essi si è aggiunta nello scorcio del 1980 una calamità naturale, quale il disastroso terremoto che ha colpito le regioni meridionali del paese ed in particolare la Campania, la quale ha creato particolari problematiche socio-economiche, con gravi riflessi anche sul piano della repressione penale e dell'ordine pubblico.

Il mercato del lavoro e l'economia monetaria sono stati settori nei quali le perturbazioni economiche hanno prodotto i loro maggiori effetti. Il tasso di disoccupazione è andato man mano crescendo, soprattutto a partire dal 1973-74, giungendo a sfiorare nel 1981 il tetto dei due milioni di disoccupati (8,4% delle forze di lavoro), con progressione continua a partire soprattutto dal 1976 (tasso di disoccupazione 6% delle forze di lavoro).

In questo quadro, indubbiamente difficile, si è inserito prepotente il dilemma fra la figura del giudice-garante degli interessi forti (per i quali vengono assunti a base i valori industriali dominanti) ed il giudice-garante degli interessi deboli (cioè degli interessi individuali contro l'eccessiva concentrazione del potere economico).

Dilemma che nasce dalla convinzione che la presenza giudiziaria possa esplicarsi in modo incisivo in contrasto colla congiuntura economica e al fine di sanarne in tutto o in parte gli effetti perversi.

Nell'ansimare dell'apparato esecutivo alla ricerca di politiche economiche idonee a sciogliere quel nodo congiunturale ormai sospetto di cronicità, v'è stato chi ha ritenuto che il magistrato possa far buon uso del suo potere interpretativo delle leggi, accogliendo di esse quell'accezione che privilegiasse gli interessi delle classi economiche dominanti, così consentendo alle stesse, svincolate da quei “lacci e lacciuoli”, come ebbe a definirli Guido Carli, di riprendere quella padronanza nel campo dell'iniziativa privata e quella sicurezza nel settore degli investimenti produttivi, che avevano consentito all'imprenditoria italiana di creare il c.d. “miracolo economico” degli anni '50. Una linea, quindi, rivendicativa per il magistrato di un ruolo di protagonista occulto, indiretto della macroeconomia nazionale. Una tesi che relegherebbe il Montesquieu ed il suo principio sulla separazione dei poteri davvero in una polverosa soffitta e che farebbe inorridire economisti classici come Ricardo o Keynes.

Per contro, v'è stato chi, rigettando il ruolo di “canalizzatore” dei processi economici, ha caldeggiato quella presenza giudiziaria come elemento correttivo delle conseguenze nefaste che la congiuntura ha sui piccoli soggetti economici.

È la tesi di chi ha voluto il magistrato come difensore delle categorie più povere e, come tali, più esposte ai capricci dell'inflazione e della stagflazione, proponendo l'aula giudiziaria come luogo di necessario, di dovuto riequilibrio fra parte sociale forte e parte sociale debole ed individuando il processo del lavoro come l'arena più allettante per tale tenzone.

Per esemplificare quanto si dice, basterà citare il noto caso del pretore Paone, che, per ovviare ad una crisi di alloggi, ricorse al sequestro di immobili.

Sul punto quello che si può osservare è:

  1. che entrambe le prospettazioni sono senz'altro da rifiutare in quanto il ruolo che vogliono prefigurare è tale che il magistrato, che dovrebbe assumerlo, non sarebbe più tale in quanto imprimerebbe a se stesso ed ai propri compiti dei caratteri e delle finalità totalmente estranei a quello che ancora oggi è il prototipo dell'interprete giudiziario nel comune sentire sociale come figura super partes e tali da far seriamente pensare ad un vero e proprio tradimento nei riguardi di quei valori la cui tutela la nostra Carta costituzionale affida al giudice ben diverso che essa implicitamente teorizza;
  2. che è peraltro da fugare il timore, purtroppo diffuso, che queste spinte innovatrici siano largamente radicate nei giudici civili e, soprattutto, nella magistratura del lavoro; timore al quale si accompagna l'altrettanto diffusa sgradevole sensazione che l'esito di una controversia individuale o collettiva di lavoro non trovi la propria fonte nella legge ma nelle simpatie del magistrato per questa o quella parte sociale. Vi sono stati e vi sono casi che, col complice aiuto, a volte, di un distorto uso dei mezzi di informazione, inducono a comprendere come possano essersi formati quel timore e quella sensazione; ma va rigettata recisamente la tendenza ad una generalizzazione indiscriminata e va soprattutto con calore affermato che la maggioranza degli interpreti del diritto nel nostro paese piega ancora le proprie convinzioni alla legge e non questa a quelle.

Troppo si è esagerato sulla giurisprudenza del lavoro, giudicata come decisamente di una sola parte del rapporto. Una recente ricerca effettuata per conto del Ministero di grazia e giustizia, a cura del Centro nazionale di prevenzione e difesa sociale, alla quale hanno preso parte docenti di diversa estrazione ideologica, ha clamorosamente smentito simili affermazioni.

L'indice di vittoria su cause decise con sentenza in primo grado nell'intero territorio italiano è risultato pari al 64,5%. Tale indice nei giudizi di appello scende al 29,7% quando appellante è il lavoratore ed al 43,1% quando appellante è il datore di lavoro.

La ricerca dimostra, nel complesso, un atteggiamento della magistratura del lavoro, anche in sede di legittimità, tutt'altro che “squilibrato” o “destabilizzante”. Del resto, già una precedente ricerca, condotta nel 1976 dal prof. Mengoni presso l'Istituto giuridico dell'Università Cattolica di Milano, dimostrò l'infondatezza dell'immagine del giudice del lavoro come giudice di assalto velleitariamente affetto da protagonismo o comunque di giudice prevenuto nei confronti di una sola delle parti del conflitto industriale.

D'altronde, va anche rammentato che, a giustificazione di talune decisioni, di taluni indirizzi “sorprendenti” o comunque tali da suscitare perplessità, stanno dei motivi alla cui ricorrenza è del tutto estraneo il magistrato, venendo essi in essere in un momento precedente a quello in cui egli è chiamato a svolgere la sua funzione.

Ci si intende riferire:

  1. in primo luogo a leggi che di per sé sono chiaramente alteratrici di un equilibrio nella posizione delle controparti rispetto all'organo giudiziario: favor del lavoratore, tutela differenziata in sede processuale e spinte assistenzialistiche non sono invenzioni della giurisprudenza, ma precise scelte di politica legislativa. Che tali scelte siano giuste od ingiuste è problema che in questa sede non rileva: ciò che preme è il sottolineare che molto spesso si fa carico ai magistrati di “scelte di campo” alle quali egli si trova vincolato proprio per quell'ossequio alla legge che da lui si pretende;
  2. in secondo luogo alle difficoltà interpretative del linguaggio oscuro delle norme che il patrio legislatore oggi emana nella materia con notevole fecondità e, soprattutto, dello strumento principe, oggi, nella regolamentazione dei rapporti di lavoro: il contratto collettivo.

La magistratura, per restare ancora fedele al dovere costituzionale di fedeltà alla legge, altro non cerca, anche per evitare ondeggiamenti, incertezze ed ulteriori ingiusti rimproveri, che di poter disporre di dettati normativi coerenti, chiari, sicuramente intelligibili, nonché di testi negoziali nei quali la posizione di diritto e di obbligo delle parti non sia offuscata da una trama tormentata di sottili e complicate espressioni verbali, che nascondono premesse politiche tutt'altro che chiare anziché una precisa volontà che sostenga il precetto. Fin quando tutto questo non sarà assicurato dal nostro legislatore e dalle parti sociali in sede di contrattazione, sarà ineliminabile che il giudice di Pordenone ed il giudice di Ragusa, con gli abissi di cultura e dei substrati territoriali, sociali ed economici nei quali si trovano ad operare, cerchino di districarsi nella perigliosa giungla di queste regolamentazioni adoperando dei machete interpretativi tra loro dissimili o addirittura contraddittori.

 

 

 

2. - I RAPPORTI TRA IL MAGISTRATO E LA SFERA DEL "POLITICO"

È forse questo il settore più dolente, nel quale più si impuntano le critiche e dal quale provengono i maggiori allarmi.

Il tema della politicizzazione dei giudici si inserisce a pieno titolo nel dibattito sui problemi della giustizia e nell'analisi del rinnovato rapporto tra il magistrato ed il tessuto sociale nella cui trama egli si colloca. Tanto con riferimento all'atteggiamento che, talvolta, i giudici avrebbero assunto, o potrebbero assumere, presentando all'opinione pubblica l'immagine di una giustizia parziale, fiancheggiatrice del potere politico, di un partito politico o di un gruppo di potere, pubblico o privato.

L'ipotesi concretizza evidentemente una violazione del criterio costituzionale che, proprio per evitare ogni forma di strumentalizzazione della giustizia, garantisce l'indipendenza personale dei singoli giudici, soggetti esclusivamente alla legge (art. 101), nonché quella della magistratura nel suo complesso, descrivendola come “ordine autonomo ed indipendente da ogni altro potere” (art. 104).

Dal combinato disposto delle norme citate, si desume quindi che il costituente ha voluto escludere ogni pericolo o sospetto di faziosità e di settarismo dei giudici, sia nell'aspettativa di vantaggi personali o per il timore di pregiudizio, sia in forza dell'interferenza di altri poteri dello Stato nella funzione giudiziaria.

È alla luce di questi principi che deve essere valutata la compatibilità tra la funzione del giudicare e l'adesione a partiti politici, gruppi, associazioni.

La trasformazione del partito politico da centro di diffusione ideologica a struttura associativa caratterizzata da sempre più rigidi vincoli burocratici e gerarchici, sovente finalizzata alla gestione del potere, rende oggi assai più difficile di quanto non fosse all'epoca della Costituente ammettere la possibilità che un giudice possa conservarsi libero iscrivendosi ad un partito politico.

Si dovrebbe ammettere che il giudice, nel momento in cui si iscrive, fosse non solo affatto risoluto a non concedere assolutamente nulla al partito come tale, nei casi in cui il partito ha un interesse, ma che anche i suoi compagni di fede non si aspettassero assolutamente nulla da lui nel momento in cui egli dovesse occuparsi di quei casi.

Parrebbe che, sul piano umano, ciò sarebbe troppo pretendere. Che dire poi della possibilità per il giudice di entrare a far parte di sette od associazioni che, se non sono segrete, mantengono tuttavia il più stretto riserbo sui nomi degli aderenti ed avvolgono nelle nebbie di una indistinta filantropia le proprie finalità e i propri obiettivi?

Se sono già serie le ragioni di perplessità sulla adesione del giudice ad un partito politico, queste ragioni appaiono centuplicate nella partecipazione ad organizzazioni di fatto più o meno riservate o, comunque, non facilmente accessibili al controllo dell'opinione pubblica, i cui aderenti risultano fra loro legati da vincoli della cui intensità e natura nessuno è in grado di giudicare e valutare.

Qui bisognerà proclamare, con assoluta chiarezza, che la norma dell'art. 212 T.U.L.P.S., che sancisce l'immediata destituzione per tutti gli impiegati pubblici che appartengano ad associazioni i cui soci sono vincolati dal segreto, si applica anche ai magistrati, che ne sono anzi, logicamente, insieme ai militari, i destinatari più diretti.

Ciò non significa certo sopprimere nell'uomo-giudice la possibilità di formarsi una propria coscienza politica, di avere un proprio convincimento su quelli che sono i temi fondamentali della nostra convivenza sociale: nessuno può difatti contestare al giudice il diritto di ispirarsi, nella valutazione dei fatti e nell'interpretazione di norme giuridiche, a determinati modelli ideologici, che possono anche esattamente coincidere con quelli professati da gruppi od associazioni politiche.

Essenziale è però che la decisione nasca da un processo motivazionale autonomo e completo, come frutto di una propria personale elaborazione, dettata dalla meditazione del caso concreto; non come il portato della autocollocazione nell'area di questo o di quel gruppo politico o sindacale, così da apparire come in tutto od in parte dipendente da quella collocazione.

Piace qui riportare il VII canone del codice di condotta adottato negli Stati Uniti per la disciplina professionale dell'ordine giudiziario e forense e che testualmente sancisce il dovere del giudice di “sottrarsi all'attività politica, inadatta al suo ruolo”, astenendosi in particolare dall' “assumere mansioni di leader o dal rivestire qualunque altra carica in una organizzazione politica”, nonché dal “tenere pubblicamente discorsi per un'organizzazione politica o per un suo esponente o dall'appoggiare un candidato ad una carica pubblica”.

Una previsione deontologica fatta propria da una società storicamente, economicamente, tecnologicamente più progredita della nostra, che costituisce, per ciò, un conforto alla validità di quanto prima si è detto e che dà l'ispirazione per trattare subito di un altro delicato aspetto: quello del magistrato che, ad un certo punto della propria carriera, si candida ad una elezione politica ed ottiene la carica.

Si potrebbe osservare che su questo non v'è nulla da eccepire: egli è un cittadino come tutti gli altri ed in questo non farebbe che esercitare un suo diritto costituzionalmente garantito. L'ordinamento, peraltro, prevede che durante il periodo del mandato egli non svolga le sue funzioni giudiziarie. Ma gravissimo è il problema che si pone allorquando tale mandato, per una causa od un'altra, viene a cessare: infatti, un parlamentare, anche quando si tenga rigorosamente nei limiti della legalità, assume inevitabilmente un complesso di vincoli e di obblighi verso gli organi del partito, contrae legami ed amicizie che raramente prescindono (non per cattiva volontà o desiderio di collusione, ma per necessità delle cose) dallo scambio di reciproche e sia pur consentite cortesie, dall'assunzione di impegni e obblighi che, appunto perché galantuomini, si è tenuti ad onorare, si assoggetta infine ad un'abitudine di disciplina (nei confronti delle varie gerarchie del partito e del gruppo parlamentare) in contrasto con la libertà di giudizio e l'indipendenza di decisione proprie del giudice, abitudine difficile da lasciare, anche perché, tranne casi eccezionali, l'abbandono del seggio parlamentare non rompe i vincoli di gratitudine e non distrugge il legame fiduciario fra il singolo e la struttura.

D'altronde, anche ammesso che il magistrato-parlamentare sappia riacquisire per intero la propria indipendenza dal partito, che ha rappresentato al più alto livello, e spogliarsi di ogni animosità contro avversari politici che possono averlo attaccato anche duramente, è inevitabile che l'opinione pubblica, incline al sospetto e tutt'altro che propensa a credere alla rescissione di simili vincoli, continui a considerarlo adepto di quel partito, consorte o nemico di quegli uomini politici e di quanto rappresentano.

Per inevitabile conseguenza, l'utente della giustizia di uguale militanza politica riterrà, poco importa se erroneamente, di avere valide aspettative ad una decisione favorevole e ad un trattamento di riguardo, mentre chi lo contrasta si crederà battuto in partenza ed addebiterà l'eventuale sentenza sfavorevole non a propria responsabilità, ma agli obblighi politici ed alla conseguente preordinata malafede del giudice, costretto a dare comunque partita vinta al suo commilitone e partitante.

Sarebbe quindi sommamente opportuno che i giudici rinunciassero a partecipare alle competizioni elettorali in veste di candidato o, qualora ritengano che il seggio in Parlamento superi di molto in prestigio, potere ed importanza l'ufficio del giudice, effettuassero una irrevocabile scelta, bruciandosi tutti i vascelli alle spalle, con le dimissioni definitive dall'ordine giudiziario.

Nel trattare quanto appena detto, si è fatto un rapido accenno a quella che è l'importanza del modo col quale l'utente della giustizia guarda colui che gestisce tale servizio; ciò ci dà il destro per trattare ...

 

 

 

3. - L'ASPETTO DELLA C.D. "IMMAGINE ESTERNA" DEL MAGISTRATO

Si è bene detto che il giudice, oltre che essere deve anche apparire indipendente, per significare che accanto ad un problema di sostanza, certo preminente, ve n'è un altro, ineliminabile, di forma.

L'indipendenza del giudice, infatti, non è solo nella propria coscienza, nella incessante libertà morale, nella fedeltà ai principi, nella sua capacità di sacrifizio, nella sua conoscenza tecnica, nella sua esperienza, nella chiarezza e linearità delle sue decisioni, ma anche nella sua moralità, nella trasparenza della sua condotta anche fuori delle mura del suo ufficio, nella normalità delle sue relazioni e delle sue manifestazioni nella vita sociale, nella scelta delle sue amicizie, nella sua indisponibilità ad iniziative e ad affari, tuttoché consentiti ma rischiosi, nella rinunzia ad ogni desiderio di incarichi e prebende, specie in settori che, per loro natura o per le implicazioni che comportano, possono produrre il germe della contaminazione ed il pericolo della interferenza; l'indipendenza del giudice è infine nella sua credibilità, che riesce a conquistare nel travaglio delle sue decisioni ed in ogni momento della sua attività.

Inevitabilmente, pertanto, è da rigettare l'affermazione secondo la quale, una volta adempiuti con coscienza e scrupolo i propri doveri professionali, il giudice non ha altri obblighi da rispettare nei confronti della società e dello Stato e secondo la quale, quindi, il giudice della propria vita privata possa fare, al pari di ogni altro cittadino, quello che vuole.

Una tesi del genere è, nella sua assolutezza, insostenibile.

Bisogna riconoscere che, quando l'art. 18 della legge sulle guarentigie dice “che il magistrato non deve tenere in ufficio e fuori una condotta che lo renda immeritevole della fiducia e della considerazione di cui deve godere”, esprime un'esigenza reale.

La credibilità esterna della magistratura nel suo insieme ed in ciascuno dei suoi componenti è un valore essenziale in uno Stato democratico, oggi più di ieri. “Un giudice”, dice il canone II del già richiamato codice professionale degli U.S.A., “deve in ogni circostanza comportarsi in modo tale da promuovere la fiducia del pubblico nell’integrità e nell'imparzialità dell'ordine giudiziario”.

Occorre allora fare un'altra distinzione tra ciò che attiene alla vita strettamente personale e privata e ciò che riguarda la sua vita di relazione, i rapporti coll'ambiente sociale nel quale egli vive.

Qui è importante che egli offra di se stesso l'immagine non di una persona austera o severa o compresa del suo ruolo e della sua autorità o di irraggiungibile rigore morale, ma di una persona seria, sì, di persona equilibrata, sì, di persona responsabile pure; potrebbe aggiungersi, di persona comprensiva ed umana, capace di condannare, ma anche di capire.

Solo se il giudice realizza in se stesso queste condizioni, la società può accettare che egli abbia sugli altri un potere così grande come quello che ha. Chi domanda giustizia deve poter credere che le sue ragioni saranno ascoltate con attenzione e serietà; che il giudice potrà ricevere ed assumere come se fossero sue e difendere davanti a chiunque. Solo se offre questo tipo di disponibilità personale il cittadino potrà vincere la naturale avversione a dover raccontare le cose proprie ad uno sconosciuto; potrà cioè fidarsi del giudice e della giustizia dello Stato, accettando anche il rischio di una risposta sfavorevole.

Un giudice siffatto è quello voluto dalla umanità di sempre, configurato in ogni ordinamento dello Stato di diritto, esaltato nella Carta costituzionale. Sotto questo aspetto, pertanto, può ben concludersi che non vi può essere relazione alcuna fra l'immagine del magistrato e la società che cambia, nel senso che la prima non dovrà subire modificazione alcuna, quali che siano i capricci di costume della seconda: il giudice di ogni tempo deve essere ed apparire libero ed indipendente, e tanto può essere ed apparire ove egli stesso lo voglia e deve volerlo per essere degno della sua funzione e non tradire il suo mandato.

 

 

 

4. - IL PROBLEMA DELLA RESPONSABILITÀ DEL MAGISTRATO

Quanto si è fin qui detto conduce a porre come argomento di chiusura l'interrogativo se il mutato sentire sociale, se le trasformazioni intervenute nel costume del nostro paese siano tali da imporre una nuova struttura della responsabilità del magistrato, delle conseguenze cioè alle quali quest'ultimo è suscettibile di andare incontro ove bene non eserciti la sua funzione.

Il ventaglio dei problemi è vastissimo, ma pare cosa più opportuna limitare il suggerimento, quale argomento di discussione per chi ascolta, alla proposta di introdurre la responsabilità civile per danni arrecati a terzi nell'esercizio di attività giudiziaria per colpa grave.

Sul punto si può osservare come contributo a tale discussione, che l'introduzione del principio della responsabilità civile pare assolutamente inaccettabile per molte ragioni, tutte difficilmente superabili.

Ogni atto giurisdizionale, anzi ogni manifestazione di potestà giudiziaria, incide necessariamente su diritti soggettivi; è per sua stessa natura idonea a produrre danno. E ciò vale non solo per le manifestazioni tipiche di potestà decisionale, ma anche per tutti quei provvedimenti che hanno funzione preparatoria ed ordinatoria rispetto alla decisione finale (concedere o non concedere un sequestro; ammettere o non ammettere una prova; concedere o no la provvisoria esecuzione).

Non esiste, si può dire, atto del giudice e più ancora del pubblico ministero che possa dirsi indolore. Ogni giudice, quindi, nell'atto stesso in cui si accingesse alla stipula di un qualsiasi provvedimento, non potrebbe non domandarsi se per caso dal suo contenuto non gliene possa derivare una causa per danni.

E sarebbe quindi inevitabile ch'egli si studiasse, più che di fare un provvedimento giusto, di fare un provvedimento innocuo.

Come possa dirsi ancora indipendente un giudice che lavora soprattutto per uscire indenne dalla propria attività, non è facile intendere. Né si dica che le parti raramente ricorrerebbero a questa possibilità. La facilità con cui, specialmente in certe regioni, si ricorre all'esposto contro il giudice, anche per i più ingiustificati motivi, autorizza la previsione che una riforma del genere aprirebbe subito un ampio contenzioso.

Se qualcuno volesse obiettare che, in fondo, la responsabilità è prevista solo per le ipotesi di colpa grave, sarebbe facile rispondere che questa limitazione introduce un elemento di aleatorietà in più, davvero insufficiente ad offrire un criterio d'orientamento obiettivo. È difficile trovare dei casi di colpa giudiziaria che non possano considerarsi gravi: la motivazione stereotipa; l'omessa convalida della perquisizione in flagranza; l'omesso esame di prove risultanti dagli atti; la mancata motivazione su specifici capi delle domande ecc., sono tutte mancanze gravi. La colpa del giudice, se c'è, è sempre grave per definizione, data dall'importanza degli interessi sui quali egli dispone.

L'altro effetto perverso, che potrebbe essere indotto dalla riforma, sarebbe quello di indurre il giudice al più rigido conformismo interpretativo: per cautelarsi contro il pericolo di seccature, è semplice prevedere che il giudice si guarderebbe bene dal tentare vie interpretative inesplorate e percorrerebbe sempre la strada maestra fornita dalla giurisprudenza maggioritaria della Cassazione; l'autorità del precedente, che è vincolo professionale per il magistrato anglosassone, diventerebbe per quello italiano fatto d'interesse personale e l'art. 101 della Costituzione potrebbe essere riscritto nel senso che i giudici sono soggetti soltanto alla Corte di Cassazione.

Quando poi la controversia toccasse affari od interessi di dimensioni eccezionali, ogni scelta diverrebbe veramente paralizzante: si pensi alla decisione di un tribunale fallimentare se far fallire o no un grosso complesso industriale od una catena di società legata magari a centri di potere politico.

Il giudice veramente verrebbe consegnato nelle mani delle forze che si scontrano fra loro e sarebbe difficile ch'egli non fosse tentato, se non è riuscito a fuggire prima di dover scegliere, di secondare il più forte.

Ma gli effetti più devastanti di una proposta del genere si avrebbero in materia penale, specialmente nel momento dell'inizio dell'azione penale.

Se l'organo dell'accusa sa che le sue iniziative investigative possono costargli, quando non ne seguisse una condanna, una causa per danni, ci si può chiedere se sarà mai più possibile trovare un pretore od un pubblico ministero che di sua iniziativa intraprenda la persecuzione di quei reati che per tradizione o per costume o per altro nel passato erano raramente perseguiti. Dai reati societari all'urbanistica, all'inquinamento ed in genere a tutti i reati che offendono interessi diffusi.

Ci si può chiedere ancora se si troverà un giudice che, in presenza di un reato che consente ma non impone la cattura, avrà l'ardire di imprigionare, ad esempio, un bancarottiere per qualche miliardo, quando rifletta alle conseguenze che gliene potrebbero derivare se, per caso, costui venisse assolto.

Questo è l'effetto perverso fondamentale che può annidarsi nella proposta di responsabilizzare civilmente il giudice: essa punisce l'azione e premia l'inazione, l'inerzia, l'indifferenza professionale. Chi ne trarrebbe beneficio sono proprio quelle categorie sociali che, avendo fino a pochi anni or sono goduto dell'omertà di un sistema di ricerca e di denuncia del reato che assicurava loro posizioni di netto privilegio, recupererebbero attraverso questa indiretta ma ancor più pesante forma di intimidazione del giudice la sostanziale garanzia della propria impunità.

Tutto ciò che si è riusciti a conquistare sul terreno di una più effettiva valenza del principio dell'uguaglianza di tutti i cittadini dinanzi alla legge, verrebbe vanificato di colpo e le condizioni della nostra giustizia penale sarebbero retrocesse in un istante all'epoca dello Statuto Albertino.

* * * *

Nel concludere, desidererei formulare solo un'ultima considerazione. È certo che, tranne alcuni aspetti immutabili, il ruolo del giudice non può sfuggire al cammino della storia: tanto egli che il servizio da lui reso devono essere partecipi di un processo di adeguamento. Ma di ciò non può farsi carico solo ai giudici: non si può cioè chiedere che essi traggano soltanto da se stessi la forza per questo adeguamento.

Tutto è più complesso in una società moderna in materia di definizione e difesa dei bisogni, degli interessi, dei diritti.

Nelle società primitive e, comunque, semplici, tutto era relativamente chiaro in termini di “cosa era giusto e cosa era ingiusto” e tutto era facile, relativamente, in termini di accesso a chi amministrava giustizia (il capo tribù, il capo villaggio, il capo religioso); oggi, nelle società a crescente complessità e soggettività, come sono tutte le società occidentali mature, è sempre più difficile sapere e far accettare i concetti di giusto ed ingiusto ed è sempre più difficile individuare e rendere più accessibili gli strumenti per ottenere giusta protezione.

In questa prospettiva, riformare la giustizia, in senso soggettivo ed oggettivo, è compito non di pochi magistrati, ma di tanti: dello Stato, dei soggetti collettivi, della stessa opinione pubblica.

Recuperare infatti il diritto come riferimento unitario della convivenza collettiva non può essere, in una democrazia moderna, compito di una minoranza.

Wikipedia:[Ferdinando Fontana]

LE DEMOLIZIONI

A EUGENIO TORELLI-VIOLLIER.

Pietre, da tanti secoli
In un bacio congiunte,
Travi e barre, dall'acqua
E dal sole consunte,
Barcollanti casipole,
Ieri viventi ancora,
Oggi il Tempo vi mormora:
"È giunta l'ultim'ora!"

Il Tempo!… Il triste scettico;
L'êra, l'anno e l'istante;
L'orco che mangia i popoli;
L'impassibil quadrante;
La sfinge inaccessibile;
Il mistico serpente,
Che afferra, eterno circolo,
La sua coda col dente.

In un nembo di polvere
Cadon le vecchie mura;
Sembran côlte le tegole
Da un'orrenda paura;
Ed i balconi, vedovi
D'imposte e senza vetri,
Sovra i passanti guardano
Come occhiaje di spetri.

Povere case!… Il rantolo
Della vostra agonia
Fu lungo!… Il dì novissimo
Lentamente venìa!
Barbari sempre, gli uomini
V'han fatto i funerali,
Pria che cadeste vittime
Sotto i colpi mortali.

E accanto a voi scolpirono,
A scherno, in questi giorni,
Di fastosi palagî
I superbi contorni.
Ah! quei colossi risero
Di voi pigmei morenti,
E più amari vi fecero
I fatali momenti!

Povere case!… Io vagolo
A voi dintorno.—È notte.
E l'ombre dalle fiaccole
Rosseggianti son rotte;
E, somiglianti ai demoni
Cui l'eccidio conduce,
I pïonieri nereggiano
Sugli sprazzi di luce.

Ed io penso alla storia
Delle mura cadenti;
Ai drammi, alle commedie,
Agli idilii innocenti
Che si ordiron per secoli
Nelle piccole stanze
Ed impressero un marchio
Sulle umane sembianze.

Ed io penso alle veglie,
Alle insonnie, ai riposi,
Alle fedi, alle infamie,
Ai convegni amorosi,
Ai sorrisi, alle lagrime,
Ai dì foschi, ai dì lieti,
Ai pöemi che videro
Quelle quattro pareti!

Oh!… non ridete, splendide
Case dai freschi ornati,
Palagî da una magica
Mano in un dì crëati!
Or tutti a voi sorridono
Con beata alterezza
Ed i vostri muri spirano
La balda giovinezza….

Ma verrà il dì che i posteri
Vi chiameran capanne,
Ed al suolo abbattendovi,
Come fragili canne,
Tesseranno una lirica
Sovra i detriti immani….
Più caduchi edifizii
Innalzando il domani!

Tu sol, bigio fantasima,
Gotico tempio altero.
Tu, frastaglio di guglie,
Tu, gigante severo,
Vedrai le metamorfosi
Dei giorni che verranno,
Sogghignando alla gioja,
Sogghignando all'affanno!

Finchè il Tempo, il terribile
Tarlo che rode il mondo,
Verrà te pure a spingere
Nell'abisso profondo;
E forse, fra un millennio,
Quivi sostando un uomo,
Tenterà di far credere
Che tu esistevi, o Duomo!….

Eugenio, sono effimeri,
Al par di queste stanze
D'ogni mortale i gaudii
I pianti e le speranze;
Il passato è macerie
Su cui sorge il presente,
E l'avvenire è il figlio
D'un vegliardo cadente.

Oh! umani eventi! oh! frivole
Parvenze d'un istante!
Perchè dunque ci esagita
Questa febbre incessante?
Perchè dunque sussistono
Il sepolcro e la culla?
Perchè mai tanto fremito
Se tutto attende il Nulla?

Perchè?… Perchè lo struggere
E il crëar son la vita;
Perchè la noja è l'unica
Larva da noi fuggita;
Perchè questa è l'armonica
Legge dell'universo;
Perchè senz'essa il cérebro
Non mi darebbe un verso!

Milano, 2 ottobre 1875.